Studio di Psicologia e Psicoterapia "Ecotono"

- Dr. Andrea Bramucci

LA RELAZIONE COME AMBIENTE: CLIMI, CONTESTI E CONFINI DELLA RELAZIONE CHE CURA

Prime linee di lavoro di un manifesto per la gestalt-ecology

(Andrea Bramucci, Rosella de Leonibus, Deborah Tamanti)[1]

 

Quando lavoriamo con un paziente, con una coppia, una famiglia, o quando lavoriamo come consulenti nelle organizzazioni, quanto riusciamo a sentire in modo consapevole che ognuno di noi è parte di un tutto e che quindi nostro malgrado, portiamo dentro di noi questa esperienza” di essere nel mondo”?

Quanto riusciamo a cogliere i legami che esistono sempre e comunque con l’ambiente fisico, sociale e culturale in cui viviamo?

Quanto riusciamo a cogliere che la crescita di ognuno di noi, il malessere, il benessere non sono mai il risultato di un processo esclusivamente individuale, neanche solo inter-relazionale (relazione io-tu, relazioni io-famiglia ecc), ma che è anche strettamente connesso al come riusciamo a soddisfare il nostro bisogno di riconoscerci parte di una comunità e di poter avere uno scambio, una relazione con il mondo, quello che sta fuori dalla stanza di terapia, fuori dalla nostra casa, quello che incontriamo (proviamo ad incontrare) tutti i giorni camminando per strada, nel luogo in cui lavoriamo?

 

A partire dai lavori di Kurt Lewin, la psicoterapia della gestalt ha sempre sottolineato l’importanza della relazione dell’individuo con il suo spazio vitale, e ha sempre creduto che la crescita, il cambiamento, si giocano al confine di contatto tra l’individuo e l’ambiente (i tanti ambienti che costituiscono il suo spazio vitale), e che quindi la storia di ognuno di noi si snoda lungo questa interazione continua, più o meno consapevole.

Proviamo ad osservare oggi, quali possibilità abbiamo come essere umani di incontrare il “mondo”, di fare contatto con gli altri esistenti e soprattutto quanto questo contatto ci può aiutare a dare senso e significato alle nostre esperienze, a sentirci umani tra essere umani.

Chi esercita la professione di psicoterapeuta, ma anche chi lavora come consulente nelle organizzazioni, o come educatore, insegnante, spesso avverte che il rapporto che c’è tra le persone, tra le persone e la comunità, è un rapporto caratterizzato da un pieno di presenze ed un’estrema solitudine, dove le differenze sono sempre più appiattite, strappate dai loro contesti e mescolate insieme in una sovrapposizione, in una contaminazione indifferenziata che impedisce un vero contatto.

 

Oggi la televisione come modello di preteso contatto ci propone sempre più i talk-show, dove l’intimità, la rete sottile della trama comunicativa del quotidiano ormai logorata, viene amplificata e svenduta, mentre le storie private affollano la scena.

Ne nasce un nuovo senso comune, deindividualizzato e pubblicizzato, dove le scelte del singolo finiscono per essere collocate come punto di riferimento per la collettività, e l’esistenza di ognuno di noi ha sempre meno la possibilità di essere costruita in un destino collettivo, connessa alle vicende della propria comunità.

Ci risulta che l’individuo si trova sempre più solo ed incerto di fronte ad una moltitudine di modelli comportamentali e ad una esplosione e sparpagliamento di possibilità. Ciò determina a nostro avviso lo sforzo di allontanare da sé ogni esperienza di sofferenza ,di disagio e ogni segnale legato alla fatica di vivere, a favore di una ricerca di felicità individuale, per cui le azioni devono essere scelte in relazione al livello di felicità immediata che possono garantire.

Ci sembra anche di poter cogliere delle relazioni significative tra questa frammentata e perduta possibilità dell’essere umano di sentirsi collegato ad una comunità che ci contiene e con cui fare contatto, e le nuove forme di profonda sofferenza e di disagio psicologico che sempre più spesso ci capita di incontrare.

Oltre alla già conosciuta alessitimia, “la patologia della conformità” (che sentiamo fortemente collegata alla sensazione di fragilità) in cui la ricerca di annullamento delle diversità psicologiche ed individuali porta spesso a sentimenti di inadeguatezza, depressione, individuiamo altre modalità disfunzionali di fare contatto con l’ambiente:

  • “patologia del risultato” in cui la ricerca di raggiungere obiettivi e riconoscimenti esterni può portare a processi psicologici destrutturanti per l’individuo e per il campo relazionale
  • “patologia del compiersi” che si manifesta spesso in adolescenti e giovani adulti: tutto è già compiuto, o quasi, da genitori “alla ricerca di perfezione” o da altri adulti, il presente non apre ad un futuro incerto ma eccitante, il presente replica il passato.

Il rischio oggi è che le persone ascrivano sempre più la loro sofferenza a una dimensione intrapsichica e/o relazionale, ed in particolare all’area delle relazioni affettive più interne .

 

Il rischio conseguente è quello di dimenticare il mondo, di avere sempre meno la percezione di quanto per esempio siano patologici i contesti di vita in cui si snoda la nostra vita quotidiana. Quanto le società umane vivano in condizioni patologiche e patogenetiche. Quanto l’intero pianeta vivente sia malato e impazzito.

E’ a partire da queste constatazioni e riflessioni unite all’importanza che noi psicoterapeuti della gestalt abbiamo sempre attribuito al legame individuo-ambiente, che ci siamo posti le seguenti domande:

 

  1. Quanto l’attuale degradazione delle forme naturali, il (quasi) definitivo allontanamento dell’uomo occidentale e non solo, dalla sua animalità e la disgregazione dell’immaginario terribile e salvifico della “natura” incide sulle attuali forme di patologia e di normopatia?

 

  1. Attraverso quali passaggi possiamo provare oggi a dare parola al dolore umano per questo legame infranto tra noi e l’ambiente ?

 

  1. Come possiamo favorire l’integrazione dell’uomo moderno con la natura e le sue forme, vissuta sia nel rapporto con il mondo-ambiente, nelle relazioni sociali e interpersonali, e negli aspetti intrapsichici?

 

  1. Come possiamo concretizzare questo lavoro nella pratica clinica, nell’agire formativo, nel lavoro di consulenza e supervisione?

 

Per provare a rispondere a queste domande abbiamo ritenuto di dover riaprire un dialogo con le altre discipline che si occupano dell’Umano e del Vivente per ri-sintonizzarci con paradigmi più ampi; da qui la metodologia Gestalt-Ecology®

In questa ricerca di un paradigma più ampio La Gestalt-Ecology nasce dalla sintesi di due discipline, una scientifica l’Ecologia, e l’altra psicoterapeutica, la Psicoterapia della Gestalt.

Le due discipline condividono lo stesso approccio olistico e multifattoriale alla realtà: l’ecologia attraverso lo studio degli ecosistemi e delle relazioni esistenti tra le specie che li abitano; la psicoterapia attraverso lo studio delle dinamiche intrapsichiche e interpersonali che si sviluppano nei sistemi sociali e nelle evoluzioni individuali.

 

La Gestalt-Ecology cerca di creare uno spazio per una visione integrata dell’essere umano in relazione al suo ambiente e all’ecosistema, e vede le aggregazioni umane e i singoli individui che ne fanno parte come una componente che deve e può cercare il proprio equilibrio, ed inscrivere il proprio processo di sviluppo all’interno di una visione olistica e globale.

Ciò comporta la scelta di salvaguardare e valorizzare l’unicità di ogni soggetto, e curare consapevolmente e attentamente la relazione con l’insieme più vasto di cui ciascun soggetto fa parte.

I principi base della Gestalt-Ecology sono:

 

  1. Il principio di globalità
  2. Il principio di limitazione
  3. Il principio di diversità
  4. Il principio estetico
  5. Il principio etico

 

Proviamo ora a declinare questi 5 principi, in modo da individuare qualche asserzione che ci orienti nella possibilità di ricollocarci come esseri umani nel mondo, imparando a curare la relazione con l’insieme più vasto di cui facciamo parte.

 

GLOBALITA’

  1. Il benessere dell’individuo è connesso alla salute dei sistemi ambientali e sociali
  2. Il benessere dell’individuo è connesso alla possibilità di sentirsi in relazione con i sistemi ambientali e sociali in cui vive
  3. Il benessere dell’individuo è connesso alla possibilità di condividere e raccontare l’ esperienze significative, di riconoscersi in un sistema di relazioni a cui poter appartenere (mettere in relazione l’umano).

 

LIMITAZIONE

  1. Imparare a riconoscere i propri confini
  2. Imparare a riconoscere la propria specificità e la specificità dei sistemi sociali ed ambientali in cui si vive
  3. Imparare a riconoscere che ogni individuo che incontriamo è innanzitutto un essere umano e in quanto tale portatore dei seguenti bisogni:
  4. a) bisogno che gli venga riconosciuta l’esperienza e la storia di cui è portatore
  5. b) bisogno di avere fiducia nelle proprie potenzialità e nelle proprie capacità creative
  6. c) bisogno di sentirsi rispettato
  7. Riconoscere l’importanza di recuperare la capacità di stare con la “perdita”, in quanto vissuto che ci aiuta a dare un limite di spazio-tempo alle nostre azioni, esperienze e scelte.

Imparare “l’equilibrio tra crescita e perdita” ci aiuta ad attivare un vero cambiamento e non un “decoupage dell’anima” e a dare delle risposte alla sofferenza umana legata alla “grandiosità” e al dover “accrescere” oltre ogni misura.

 

DIVERSITA’

  1. Importanza di imparare a decentrarsi/ricentrarsi cognitivamente nelle relazioni interpersonali e con l’ambiente
  2. Accogliere la complessità e la molteplicità, resistendo ad ogni forma di individualismo
  3. Riconoscere la soggettività, la cultura di cui ogni persona e ogni popolo è portatore
  4. Saper dare un valore alla diversità come premessa per riconoscere la dignità degli altri Viventi e per entrare in contatto con l’ambiente
  5. Sentire che la capacità di stare con la diversità è legata alla possibilità di dare spazio alla creatività e alla “fertilità”

 

ESTETICA

  1. Cogliere l’importanza di poter ordinare la complessità delle proprie esperienze secondo una narrazione che possa restituire senso e dignità umana a se stessi, agli altri, alla propria storia, alle relazioni interpersonali, e all’ambiente in cui viviamo.
  2. Recuperare la capacità di percepire “il bello”, cioè di stare con ciò che ci piace, ciò che dà piacere guardare, toccare, sentire, come premessa per un benessere non assoluto o “per sempre” ma costituito di più momenti belli, di belle giornate e contatti vivificanti che si susseguono.
  3. Riconoscere il bisogno umano di vivere in un ambiente di cui è possibile cogliere “il senso e le proporzioni,” quindi a misura di uomo e degli altri viventi, nel rispetto della diversità e della complessità.
  4. Cogliere l’importanza che ha per l’uomo il poter vivere in ambienti, luoghi “che hanno un’anima”, cioè spazi in grado di rispondere al bisogno umano di armonia, di senso, di amore.

Se proviamo ad allargare ancora gli orizzonti verso l’ambiente fisico (luoghi di lavoro, città, strade, paesaggi), e a sviluppare la consapevolezza di come siamo inevitabilmente collegati con l’ambiente fisico e di come ciò incida su di noi per cui ci sono ambienti tristi che veramente ci rendono tristi, ambienti in cui è difficile comunicare e che veramente ci rendono difficile la comunicazione, allora possiamo cogliere come questa perdita estetica genera una perdita di memoria riguardo alla nostra capacità di prenderci cura degli ambienti e di noi stessi.

 

ETICA

  1. L’etica ha a che fare con la responsabilità
  2. La responsabilità ha a che fare con il rispondere a…. rispondere di…
  3. L’etica ha a che fare con la relazionalità, relazionalità che coinvolge gli individui globalmente
  • nella loro diversità,
  • nel loro rapporto reciproco,
  • nella loro dimensione psicologica, sociale, culturale, estetica.
  1. La relazionalità coinvolge non solo l’uomo, ma anche tutte le altre forme di vita.

 

Chiaramente quello che vi abbiamo presentato è un lavoro che sarà soggetto ad ulteriori trasformazioni e rivisitazioni.

Ci piace pensare che questo che vi stiamo proponendo possa rappresentare un’utile stimolo a sviluppare una chiave di lettura non solo per noi psicoterapeuti, ma anche per altre professionalità, e perchè no, anche possa chiamare in dialogo le figure che ricoprono incarichi istituzionali e che ci faccia bene anche come esseri umani.

In questa ottica, stiamo lavorando ad un modello che speriamo possa aprire la possibilità di applicare questi principi, e le conseguenti prassi operative, in ambito clinico, nella gestione dei gruppi, nella supervisione professionale, nella progettazione e nella comunicazione sociale.

[1]Psicologi, psicoterapeuti .

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