Studio di Psicologia e Psicoterapia "Ecotono"

- Dr. Andrea Bramucci

Cinque salvagenti per non affogare nel mare delle relazioni

Andrea Bramucci, Rosella De Leonibus, Deborah Tamanti

 

“Fa più rumore un albero che cade

rispetto ad una foresta che cresce”

Lao Tse

 

Quali sono oggi le competenze e le abilità  necessarie per poter sostenere ed elaborare i continui cambiamenti nella società e nelle relazioni umane?

Spesso si è ritenuto che, per essere più adeguati ed efficienti, occorresse possedere molte conoscenze, padroneggiare molti codici (informatici, linguistici, specialistici) e saper maneggiare molti strumenti cognitivi e di elaborazione razionale.

Se, da un lato, è indubbio che la conoscenza in sé e la capacità di interpretare e utilizzare diversi “linguaggi” ci permette di capire le specificità, le differenze e le qualità di un certo contesto, dall’altro è accaduto che il mezzo ha sostituito il fine,  l’intenzione è stata scavalcata dalla funzione, l’acquisizione degli strumenti teorici ed operativi ha sovrastato le motivazioni individuali e collettive.

 

Il malessere nella vita sociale e di relazione

La ricerca affannosa di riempire di contenuti i cervelli umani produce altrettanti problemi e danni, a cominciare da un altissimo livello di ansia da prestazione.

Sono tante le persone che sperimentano una crescita del proprio senso di disagio e inadeguatezza, trafelate dal rincorrere immagini di perfezione imposte dagli irraggiungibili modelli televisivi, come eterni adolescenti angosciati dai dubbi e dalle fatiche che servono a costruire una positiva immagine di sé.

A tutti i livelli della vita sociale e di relazione si è diffuso un profondo senso di malessere. Al di là delle diverse forme in cui si manifesta, questa sensazione pervasiva di disagio è ormai ritenuta una caratteristica del nostro vivere odierno.

Si può parlare di una “patologia della normalità” che riguarda la difficoltà nel relazionarsi all’interno dei diversi contesti: familiari, professionali, formativi. Si sanno tante cose ma, spesso, non si sa come raggiungere l’Altro e, prima ancora, come decifrare se stessi.

 

L’altro come strumento. Un’altra angolatura di osservazione ci porta ad evidenziare che, indipendentemente dai contesti, l’Altro è inquadrato come oggetto da consumare o come qualcosa di cui servirsi. L’Altro come fine sembra ormai una categoria comportamentale quasi estinta, mentre la funzione di mezzo, di strumento da adoperare, appare la più praticata.

La fenomenologia del consumo dell’altro si esprime attraverso queste parole: “io ci sono per te, se tu ci sei come io ti voglio!”. L’Altro sembra allora assolvere ad una mera funzione utilitaristica, è qualcosa che interessa in quanto serve.

La conseguenza meno immediata, ma altrettanto automatica, è l’estremo imbarazzo davanti a qualunque forma di diversità, che si manifesta nella difficoltà ad entrare in contatto con qualcosa che non posso subito dominare e ridurre a particelle elementari da rimontare a mio uso e consumo. La stessa difficoltà, amplificata fino alla negazione, alla fuga, alla reazione violenta, si manifesta nelle situazioni in cui è necessario sostenere un contatto più complesso. La paura che monta è quella di non poterne uscire, di rimanere turbati, cambiati, destrutturati.

Il modello di rapporti tipico dell’attuale economia del profitto, connotato dal valore di scambio e descritto da parametri di tipo economico, sembra aver plasmato anche le relazioni sociali, in maniera così dilagante che non siamo più in grado di esserne consapevoli: lo ritroviamo a volte anche nei contesti più intimi, come quello della famiglia.

 

L’incongruenza tra teoria e pratica. L’osservazione delle relazioni interpersonali e sociali ci induce anche a sottolineare la frattura che ha reso distanti la teoria dalla pratica nell’esperienza quotidiana. Nell’epoca delle carte dei diritti, delle leggi buone e giuste, delle proclamazioni di principio, del riconoscimento del diritto allargato a tante fasce di popolazione un tempo reiette, assistiamo ad un continuo scollamento tra ciò che è declamato e ciò che è praticato, a partire dalla mancanza di congruenza tra proclamazioni pubbliche e vita privata fino ad arrivare alla messa in scena di comportamenti di facciata immediatamente smentiti da quanto viene poi agito nei back-stage della vita sociale.

La contraddizione tra il dire e il fare, genera un effetto di black-out della capacità di analisi e di critica, fino a produrre una specie di trance ipnotica, perché, come diceva il testo di un’operetta del secolo scorso, “Tutto va ben, madama la Marchesa!”

Da questa falsa coscienza, consegue un assopimento della consapevolezza rispetto alla necessità di costruire percorsi di crescita che possano condurre le persone a confrontarsi con i propri stereotipi e pregiudizi. Il faticoso cammino di conoscenza del mondo viene sostituito da comode semplificazioni in bianco e nero. Il delicato lavoro di accoglienza e di ascolto dell’eco del mondo nel proprio animo viene rimpiazzato da emozioni amplificate e polarizzate. Il peso e la tensione da sostenere per restare in contatto con le contraddizioni della vita senza tagliare dalla realtà i pezzi più scomodi, viene alleggerito da reazioni automatiche e impulsive che bruciano il tempo per l’elaborazione e la scelta.

 

Il malessere degli operatori

 

La sintetica analisi appena descritta riguarda le relazioni in diversi contesti: coppia, famiglia, mondo del lavoro, amicizie, comunità sociali.

Nell’epoca della “società liquida”, la gran parte dei contatti umani non giungono neppure a costituirsi in relazioni perché si esauriscono velocemente, sono fluidi, non si ancorano nei soggetti ma rimangono come possibilità, spesso sempre aperte.

 

Nuove problematiche e patologie che cambiano. Come gioca questo nuovo modo di sentire e di vivere le relazioni interpersonali all’interno dei servizi socio-sanitari, delle comunità riabilitative, delle équipe di operatori dei servizi? Come si traducono, quale forma assumono e da che cosa possiamo riconoscere  i segnali di un malessere diffuso?

Nel quotidiano lavoro degli operatori dei servizi socio-sanitari, è facile registrare un malessere che deriva da tante componenti: economiche, di ruolo, di perdita dell’obiettivo e, a volte, anche di senso di quel servizio.

Un aspetto particolare del malessere degli operatori si situa nel declino di possibili classificazioni nosografiche o anche fenomenologiche dell’area psicopatologica ma anche, più in generale, del disagio psico-sociale. L’operatore, e quindi i servizi, spesso si trovano in difficoltà di fronte all’emergere di nuove forme di disadattamento, come le problematiche legate ai minori stranieri non accompagnati o alle nuove facce di antichi disagi, come nel settore delle tossicodipendenze.

Questo panorama di nuove problematiche e di patologie mutanti, in cui non si sa da che parte cominciare per costruire un intervento, induce sentimenti di precarietà e insicurezza negli operatori, che si percepiscono senza strumenti che possano dare significato e incisività al proprio agire.

La richiesta di sicurezza e di efficacia nell’operatività può convergere in una moltiplicazione di saperi, spesso inutili e ridondanti, una domanda smodata di conoscenze a scapito della relazione e delle esperienze.

 

Una prospettiva ecologica per leggere e affrontare i problemi. La storia dei servizi pubblici e privati ci mostra la necessaria professionalizzazione degli operatori, che oggi già provengono da percorsi scolastici di base e di specializzazione, con una formazione più approfondita e accurata dei colleghi delle generazioni precedenti.

Alcuni trend formativi amplificano ancor più un processo che, mentre sembra fornire sempre maggiori competenze agli operatori e ai servizi, trascura nuovi fenomeni che invece informano il vivere sociale e le relazioni umane.

A fronte di queste nuove sfide, occorre cambiare prospettiva e rivedere il modo di leggere e affrontare i problemi. È solo dalla prospettiva interna, nel mettersi in gioco, che possiamo acquisire gli elementi necessari per poterli eventualmente modificare. Come diceva Kurt Lewin: “Se vuoi conoscere, qualcosa  prova a modificarlo”.

Dove appoggiare lo sguardo per trovare un paradigma che offra nuove possibilità e che sostenga, nel confronto quotidiano con il disagio, la mancanza di punti di riferimento stabili?

Le discipline che si occupano di ecologia hanno molto da insegnare a chi si occupa professionalmente di relazioni. L’esperienza della relazione, infatti, si attua in modo compiuto attraverso uno sguardo ecologico che possa dare significato, attenzione ed accoglienza a tutti gli aspetti presenti in un contesto.

Come l’ecologia studia dall’interno la connessione tra i diversi elementi presenti nell’ecosistema (clima, vegetazione, popolazioni animali, rapporti tra queste ed altre variabili), così l’approccio ecologico ai rapporti umani e sociali si situa nello stare con, stare all’interno della situazione relazionale per potersi prendere cura di sé e dell’altro.

Guardare in modo ecologico significa uscire dalla visione unica dell’Uomo-Io, quello che basta a se stesso, preso a modello di efficacia dalle diverse discipline: dall’economia  fino alle scienze sociali e della formazione. La stessa psicologia non è immune da questa malattia.

Questo tipo di pensiero focalizzato sull’individuo ha fatto dei confini dell’Io il nostro unico orizzonte. L’Uomo che basta a se stesso consuma, non ricicla, non si scambia oggetti, non riutilizza, non trasforma.

La visione psicoecologica ci colloca, viceversa, dentro ad una relazione persona-ambiente in cui l’idea di controllo e di dominio è un’illusione che consuma vita e non può generarne altra.

 

 

Ripartire da un approccio psico-ecologico

 

Siamo tutti abitanti di un piccolissimo pianeta sospeso in un universo di cui conosciamo ancora pochissimo.

Se inquadriamo da questa prospettiva le condizioni in cui si svolge la nostra esistenza quotidiana, è evidente quanto la vita degli esseri umani dipende dal pianeta che ci ospita. La conoscenza ecologica, la consapevolezza della interconnessione e interdipendenza di ogni elemento dell’ecosistema da tutti gli altri elementi è ormai un orizzonte ben visibile, forse ancora lontano dall’essere integrato nelle nostre vite quotidiane. Questa consapevolezza preme sulle coscienze collettive, talvolta come un peso, altre volte come prospettiva di una possibile rivoluzione della cultura del terzo millennio.

 

L’ecologia come legame tra la parte e l’insieme. Un approccio ecologico alla psicologia delle relazioni sociali ed interpersonali ci mostra il legame profondo tra ciascuna parte e l’insieme cui appartiene e quanto questo legame sia potente ed ineliminabile.

C’è oggi la necessità di ridefinire, anche a livello di relazioni sociali, il rapporto tra la parte e il tutto, tra figura e sfondo, in una direzione che è quella tracciata dalle scienze ecologiche. Nessun organismo è indipendente dall’ambiente in cui vive e ogni organismo vive del, e nel, movimento ricorsivo tra auto ed etero organizzazione. Non c’è modo di leggere nulla delle psicologie individuali se non in relazione al movimento reciproco di adattamento tra persone e contesti di vita.

 

Il senso di isolamento del terzo millennio. Partendo da queste sottolineature, possiamo leggere meglio le manifestazioni di malessere e disagio che affliggono tante persone nel terzo millennio, dove la spersonalizzazione e la rottura delle reti sociali hanno lasciato soli gli esseri umani davanti ad un mondo sempre più dominato da processi e logiche che sopravanzano i bisogni fondamentali. Precarietà, paura della disintegrazione e della marginalizzazione, angoscia del futuro e sentimenti di impotenza e vuoto sembrano costruire il disagio emotivo dell’umano contemporaneo: vuoto di speranza e fatica del quotidiano, sentimenti di isolamento e vulnerabilità.

Quando poi questi vissuti sono respinti sotto la soglia della consapevolezza, forse perché percepiti come inaccettabili da un io che si è identificato con l’immagine del lupo performante (1), il comportamento finisce per orientarsi verso una competitività esasperata, l’ostentazione della propria immagine, verso una copertura narcisistica ed istrionica che cela una profonda fragilità.

In questa ottica, l’altro non è più soggetto vivo della relazione, è una cosa da consumare ed utilizzare. L’altro è uno spettatore, da marginalizzare se dovesse raccontare verità scomode.

 

Le relazioni come nutrimento psichico delle persone. Il principale nutrimento psichico degli umani, la sicurezza di fondo su cui fa base l’equilibrio psicologico individuale, poggia sulle relazioni. Tutta la costruzione della nostra vita è sostenuta e nutrita dalla rete di relazioni: affettive, legami di prossimità, relazioni sociali, gli scambi di cui siamo parte.

Pensare psico-ecologicamente questa trama porta a considerare due concetti: in primis l’altro come soggetto, che limita e nello stesso tempo definisce la soggettività, come ogni confine definisce la figura, l’altro che io posso incontrare nella zona misteriosa del between, che è contatto e differenziazione nello stesso istante. Il secondo concetto è il rapporto imprescindibile di ogni elemento con l’insieme di cui è parte, rapporto da cui entrambi, la parte e l’insieme, traggono vita e significato.

Io sono perché tu sei, perché tu esisti, perché entri nel mio orizzonte, ed è per questo che io posso a mia volta percepirmi e costituirmi come soggetto.

Quali strumenti, quali atteggiamenti possiamo immaginare per rispondere a questa domanda vitale, alla sfida del millennio, dove nessuno può pensare di sopravvivere se non colloca il suo presente e il suo futuro in questa eco-logica?

 

 

 

Cinque salvagenti per attraversare la tempesta

 

Per tradurre la visione psico-ecologica in atteggiamenti e comportamenti che possano favorire il passaggio da relazioni umane basate sul consumo dell’altro alla cura della relazione stessa, occorre affinare cinque abilità trasversali, salvagenti che ci permettono di non affogare nel mare delle relazioni.

 

  1. a) Globalità della relazione. Ciò che pensiamo di “conoscere” è spesso qualcosa che implica un livello più ampio di cui è importante tenere conto.

Ogni relazione, e più che mai ogni azione e ogni modo di essere presenti dentro ciascuna relazione, è inevitabilmente frammento di un insieme più vasto. Ne fanno parte le scelte di consumo, gli stili educativi, le abitudini e i modelli di vita, l’attenzione al futuro, tutti i comportamenti con cui ci prendiamo cura dell’insieme mentre stiamo soddisfacendo i nostri bisogni più immediati.

Per esempio, è attenzione alla globalità della relazione una politica urbanistica che non azzeri gli spazi per gli incontri, è intelligenza della globalità l’educazione alla legalità, anche nelle scuole.

 

  1. b) Limite della relazione. Come tutte le cose, ogni relazione inizia, dura, finisce e soprattutto cambia nel tempo. Il limite nella relazione riguarda anche l’accettazione dell’altro così com’è, anche con i propri limiti.

Limite della relazione è la possibilità di lasciare all’altro lo spazio per non doversi definire solo nel mio contesto e con i  miei parametri, lo spazio per riconoscere i suoi e i miei bisogni senza assimilazioni forzate. Dobbiamo stare l’uno davanti all’altro e essere liberi nel nostro spazio, tracciando una linea di confine che ci definisce e definisce la nostra relazione. Limite della relazione è anche accettare il necessario movimento tra contatto e ritiro, dove l’io e il tu non si annullano l’uno nell’altro ma cercano l’incontro e vivono dell’incontro, con le interruzioni necessarie per non perdersi come soggetti. È darsi lo spazio per distinguere ciò che è accettabile da ciò che non lo è, per assimilare le esperienze senza trovarsi a viverle compulsivamente.

In campo educativo questa intelligenza del limite forma soggetti capaci di confrontarsi con pause di solitudine, liberi dalla costrizione di restare connessi per forza, capaci di filtro e di presa di distanza rispetto agli stimoli. Soggetti capaci di dire sì e dire no.

 

  1. c) Diversità dell’altro e diversità in me. Accogliere la differenza senza dare un giudizio. L’ottica della diversità riguarda soprattutto le emozioni e, nel campo del Noi, spesso vorremmo gestirle, anche se può essere più opportuno e più sano sentirle e trasformarle in parole.

Il salvagente della diversità è la pietra angolare della coesistenza. È lo spazio per l’esperienza del nuovo, per la sorpresa e il cambiamento, la via per non morire. Attuare una tutela della biodiversità dentro il nostro mondo di relazioni comporta l’apertura al confronto con realtà anche distanti dai nostri schemi percettivi e valoriali. È la possibilità di andare oltre il noto, di navigare in acque sconosciute, di ritracciare nuove mappe anche rispetto a se stessi. Se accetto di sviluppare questa intelligenza della diversità posso trovare soluzioni meno ovvie, darmi lo spazio e l’occasione per allargare i confini del mio sé. L’esito di una tutela della diversità nelle relazioni è immediato: riconoscere i diritti di cittadinanza alle diversità che esistono fuori del mio confine personale comporta un’accettazione delle aree di disomogeneità dentro di me, e questo mi rende, come cittadino, meno soggetto a manovre difensive regressive. Avrò meno bisogno di proiettare fuori di me stesso l’immagine del diverso come fonte di paura, cercherò meno capri espiatori, non avrò più tanto bisogno di riconoscermi attraverso qualche fondamentalismo. Potrò stare accanto a una persona senza dover capire tutto, senza sentirmi costretto a condividere tutto e, soprattutto, senza la sensazione di perdermi.

 

  1. d) Estetica della relazione. Per stare bene senza chiedere o dare per forza. Nell’estetica della relazione rientra anche la capacità di “perdere tempo” con una persona, intima o meno, di osservarsi, guardarsi, di dare spazio al non verbale, a ciò che in quel momento crea interesse senza un rimando utilitaristico.

È la base per aprire nelle relazioni il tema del gratuito, del dono, di quel superfluo che è necessario ad alzare lo sguardo oltre la quotidiana fatica di vivere. Si può riumanizzare il tessuto delle relazioni anche attraverso l’averne cura in senso estetico, riconoscendo un bisogno di “buona forma”, non lasciando faccende in sospeso, evitando discorsi ambigui o prevaricazioni inutili. Significa cura e rispetto dello spazio della relazione non soffocandolo di cose o impicci, mantenendo un ordine pensato e consapevole, portando dentro cose belle e dando il tempo e l’occasione per goderne. Significa che mi impegno a non vivere le relazioni solo sull’onda dell’impulso e che mi ricordo di proteggerle, di non usurarle, di conservarle. Mi impegno a diventare capace di riconoscere il piacere che mi danno, e a condurre anche te a goderne.

 

  1. e) Respons/abilità delle proprie azioni. Sembra un aspetto molto conosciuto e chiaro ma, in realtà, quando una relazione va in crisi o finisce, è sempre colpa dell’altro. Occorre invece riflettere su quante volte abbiamo tralasciato, su quanti non detti ci sono stati, su quanto abbiamo fatto finta di niente, su come è iniziato ciò che porta oggi a concludere una relazione.

Se posso guardare al mio campo di relazioni come qualcosa di cui sono responsabile, il discorso della cura, che svolgevamo poco sopra per l’intelligenza estetica delle relazioni, mostra qui tutta la sua sostanza. Aver cura di quel che ho in mano è il senso profondo dell’essere responsabili. È affidato a me questo campo relazionale: ogni giorno mi impegno a dissodarlo e seminarlo perché dia frutto.

Questa intelligenza della responsabilità si impara da bambini sostenendo la consapevolezza di sé, imparando a leggere il proprio comportamento, ad immaginarne le conseguenze e ad assumere gli effetti che ho generato come qualcosa che ricade sotto la mia responsabilità anche se non li avevo previsti o voluti. L’altruismo nasce da questo, non da una prescrizione o da una moda che imito nei comportamenti esibiti in superficie. Nasce dal considerare l’altro come qualcuno di cui io sono responsabile, dall’imparare a rispondere di persona di quel che produco nelle mie relazioni, dalla capacità di riconoscere un danno che ho prodotto e quindi porre riparo. Il salvagente della responsabilità salva l’altro polo del rapporto oltre che me. All’altro riconosce lo statuto di soggetto, la qualità di fine, come diceva Kant, e mai di mezzo. A me stesso riconosco il potere di produrre conseguenze, che è il contrario del sentimento di impotenza.

 

 

 

Salvagenti: applicazione pratica nei servizi

 

Di fronte alla complessità  della realtà in cui operano i servizi socio-sanitari, pubblici e privati, occorre una “bussola” per evitare di arenarsi nelle secche della prestazione non riconoscendo la relazione viva con pazienti e colleghi, oppure di incagliarsi negli scogli del voler raggiungere un obiettivo a tutti i costi non vedendo le vie alternative o, infine, di continuare a guardare solo lo spicchio di cielo soleggiato e gratificante mentre intorno si creano nuove esigenze e occorre prepararsi alla imminente tempesta.

 

La globalità per guardare a più livelli. La globalità della relazione implica che tutte le persone, tutte le azioni, tutto ciò che si muove all’interno di un certo luogo, per esempio in una comunità terapeutica per tossicodipendenze, non solo assume rilevanza e porta informazioni, ma modifica relazioni esistenti e ne costruisce di nuove: quanto è importante la cuoca in una struttura per tossicodipendenze?

L’operatore di comunità, spesso concentrato nel controllare tutto ciò che entra o che esce dalla struttura, rischia di perdere il senso globale del processo che tenta di controllare.

A volte è necessario segmentare i processi e le relazioni. Il controllo in comunità, come quello genitoriale, tende a rimpicciolire il mondo per conoscerlo meglio.

Se l’operatore e l’équipe non guardano a più livelli – psicologico, familiare, professionale, sociale – le persone che hanno di fronte, tenendo anche presenti gli aspetti che sembrano esulare dall’oggetto specifico (la cultura, le sub-culture, i credo religiosi, la dimensione trascendente), rischiano di vedere solo ciò che vogliono vedere, ciò che recitano la psicopatologia o la diagnosi.

Ancor più il salvagente della globalità ci dice che solo le relazioni possono permettere una trasformazione: da una parte e dall’altra. Trasformazione del soggetto che è in cura e trasformazione del soggetto curante.

La relazione viva è globale, include tutto e, come tale, non può essere controllata al cento per cento. Può essere invece stimolata, amplificata o ridotta, comunque indirizzata.

Il salvagente della globalità ci permette di contrastare la forte tentazione  di poter fare a meno dell’altro.

La risultante finale del salvagente della globalità è la possibilità di giungere ad incidere sul territorio attraverso le reti e le connessioni instaurate dal dentro della struttura al fuori della società, veicolando idee, azioni e cambiamenti di prospettiva, ma facendo anche sì che il territorio, con le sue possibilità, diventi un ulteriore operatore del servizio.

 

Il limite per capire a quale distanza porsi rispetto agli altri. Nell’équipe il tema del limite è sempre presente: limite dell’operatore, limite delle risorse, limite del miglioramento o delle possibilità di cambiamento di un soggetto o di una situazione. Sapere di avere dei limiti può essere frustrante: “Non si può fare, non si può andare oltre!”, ma può anche essere rilassante: “Posso arrivare fino qui, ho comunque  queste possibilità”.

Spesso gli operatori dei servizi ricevono stimoli paradossali: da un lato l’invito a sognare e a rilanciare sempre più in alto il servizio, dall’altro vedono messa in pericolo la continuità del servizio stesso. I limiti definiscono un campo, uno spazio con dei confini. Nella relazione, il salvagente del limite ci indica fino a dove è necessario, opportuno ed etico spingersi nel contatto con l’altro.

Il limite indica a quale distanza porsi rispetto all’altro. Distanza che è certamente variabile: da un avvicinarsi, senza farsi inglobare dal problema, ad un allontanarsi, senza rifiutare la persona.

Tutte le relazioni hanno un limite: di luogo, di durata, di contenuto, di regole.

Il limite, nei percorsi di cura, permette di prevenire eccessivi investimenti con pazienti e colleghi, e successivi disinvestimenti, tipici dei processi di burn-out.

Riconoscere il limite della realtà consente di rimettere in moto l’energia creativa del gruppo, imparando a dare valore a ciò che esiste.

Stare dentro la relazione d’aiuto significa accogliere il bisogno di contatto dell’altro sapendo allo stesso tempo che questo contatto, per essere sano, ha bisogno di una distanza e sigla sempre una inevitabile differenza.

 

La diversità per valorizzare le singole identità. Per quanto riguarda il salvagente della diversità, bisogna chiedersi se è possibile mostrare la propria specificità all’interno di una équipe che tende verso l’appartenenza.

Magari attraverso corsi e supervisioni basati sulla ricerca di un linguaggio comune, l’appartenenza all’équipe si è finalmente consolidata, e allora perché metterla in discussione?

Se, da un lato, l’appartenenza all’équipe, baluardo contro l’altra appartenenza, quella dei pazienti-utenti-clienti-ospiti, rappresenta una crescita, dall’altro rinunciare alla propria diversità, evitando i conflitti e le arrabbiature, significa diventare confluenti (collusivi o simbiotici) con un modo di vedere e di sentire comune nell’équipe, con una assenza di confini che non permette di valorizzare le singole identità.

Ciò transita, in maniera diretta e veloce, al gruppo degli ospiti di una struttura o ai pazienti in un setting ambulatoriale, come messaggio implicito e potente a cui tendere.

Il salvagente della diversità permette invece di ri-presentare la possibilità ecologica di ciascuno di dare il proprio contributo all’équipe, proprio attraverso il proprio essere così, con le domande, i dubbi, il proprio angolo di visuale e la propria esperienza.

Poter mostrare la propria diversità naturale ed umana permette di costruire rapporti e relazioni sane, non sempre facili e sorridenti ma più coerenti con il proprio sentire e in grado di riconoscere e rispettare la diversità dell’altro – paziente o collega – al di là del problema che presenta.

Il salvagente della diversità invita anche a vedere gli interlocutori in modo altrocentrico.

Molto utile è allora invitare gli operatori a spingersi oltre il proprio punto di vista e di osservazione per arrivare in luoghi emotivi diversi e sconosciuti.

Ad esempio, proviamo a sentire che cosa possono aver provato due genitori al momento della nascita del loro figlio, con tutta l’emozione del momento che rende anche così fragili, quando un medico, più o meno frettolosamente, ha comunicato: “Vostro figlio è disabile”. Può allora essere utile ripartire da questi primi passi e cercare di cogliere come la diversità di questa esperienza, che ha segnato la vita di tre persone (genitori e figlio), può essere riconosciuta e accolta e soprattutto cosa di diverso possiamo chiedere a quei genitori rispetto a ciò che sanno fare.

Tenere presente la diversità aiuta gli operatori a decodificare questo scarto tra ideale e reale, a elaborare le emozioni, così che non diventino degli agìti nella relazione con gli utenti.

 

L’estetica, per tendere alla buona forma. L’estetica nelle relazioni le fa tendere alla buona forma. È possibile stare bene sul luogo di lavoro? Sì, ma spesso le persone hanno voglia di fuggire dal luogo di lavoro. Il veloce turn-over degli operatori nei servizi socio-sanitari indica molto di più di quello che timidamente qualcuno osa dire. Solo se, innanzitutto tra colleghi, ci si riconosce, rispettandosi e rispecchiandosi nella relazione reciproca, ci si valorizza vicendevolmente e si dà significato al proprio agire.

L’alternativa è rimanere impigliati nell’esecuzione di prestazioni, magari ad alto livello, ma sempre impersonali.

Si prende il proprio ruolo quando qualcuno lo riconosce, quando qualcuno ti cerca, quando l’operatore (o educatore) passa dal maneggiare le chiavi di tutte le porte della struttura a saper usare la chiave giusta in quel particolare momento per quella particolare persona.

Il salvagente estetico serve al gruppo operativo per avere cura delle comunicazioni e non lasciare in sospeso azioni e discorsi senza comunicare sull’incompiuto. L’incompiuto crea tensione, delusione, frustrazione, conflitto.

Il salvagente estetico è anche molto utile per assaporare il piacere di ciò che si sta facendo, per gustare l’attimo, la pausa, senza per forza dover rilanciare continuamente.

 

L’etica, per prendere decisioni comuni. Siamo all’ultimo salvagente: quello più importante, che contiene tutti gli altri. Proseguendo la metafora si può dire che l’etica è la scialuppa di salvataggio in cui posizionare gli altri quattro salvagenti.

Nel lavoro quotidiano degli operatori dei servizi socio-sanitari la parola etica emerge difficilmente; tutti i componenti dello staff sembrano dare per scontato ciò che è etico.

L’etica rimanda alle basi del nostro comportamento e parla di valori: quando occorre prendere una decisione difficile, e sempre dolorosa, i valori riaffiorano nel mare delle relazioni tra colleghi e ospiti di una struttura.

Nelle scelte che ci pongono davanti alternative non compatibili, dalle quali non si può tornare indietro, rispuntano i valori di fondo di ciascuno. Ciò che ieri era scontato, oggi non lo è più. Tanti gli esempi: la scelta da compiere può riguardare l’allontanamento o meno di un ospite da una struttura residenziale, la segnalazione all’Autorità Giudiziaria di un certo episodio, la possibilità di accogliere un soggetto di cui, nella fase di valutazione, si vengono a scoprire aspetti taciuti dal servizio inviante.

Le scelte sono anche quelle interne all’équipe o verso qualche collega.

Qual è l’etica più appropriata o più giusta?

Abbiamo già sopra definito a quali tipologie di etica ci riferiamo: l’etica della respons/abilità e l’etica ecologica.

La globalità, il limite, la diversità e l’estetica sono caratteristiche imprescindibili di una relazione tra persone che voglia connotarsi come etica. La respons/abilità  è  la capacità di dare risposte, certamente non tutte le risposte, ma quelle per cui il ruolo o il servizio è stato istituito. Ma la responsabilità è anche altro.

Lavorare con il salvagente etico, nell’ottica della responsabilità, significa dare voce  alle emozioni relative alla presa in carico. Nelle situazioni di decisioni difficili e impellenti, è facile che ciascuno ritenga che la propria  idea o visione sia la migliore. Oppure l’emozione non consapevolizzata spinge a dire “Non è mia competenza”: questa affermazione contiene la paura, la rabbia, il senso di inadeguatezza, la difficoltà che sperimento nella relazione con chi mi sta chiedendo aiuto.

Il principio etico mi obbliga a pormi la domanda: “Non è mia competenza o invece ho paura?”. Poter fare a se stessi questa domanda, sentirla, e trovare risposta, è una grande assunzione di responsabilità perché apre la strada alla consapevolezza di rispondere a me stesso e agli altri.

L’etica della responsabilità significa allora prendersi la propria parte, senza delegare e senza svalutare le idee altrui. Significa stare nella relazione con il proprio pensare e sentire, cercando di arrivare ad una decisione comune che possa rappresentare ciò che è emerso dopo una accurata discussione.

Nell’etica della responsabilità l’intenzione sostituisce la funzione: non si è importanti per se stessi e per l’altro per ciò che si fa. L’importanza deriva dalla relazione che si costruisce e dal come si sta di fronte all’Altro.

 

I vantaggi dei salvagenti. Quale vantaggio, primario o secondario, possiamo avere con questo approccio psico-ecologico alle relazioni e utilizzando i salvagenti? Sicuramente fare meno fatica a restare a galla nelle tempeste, ridurre l’impatto con i marosi, affrontare più attrezzati i nostri conflitti, allargare le possibilità di stare con le situazioni e le persone, sentirci più a nostro agio e più liberi nelle relazioni.

Se nelle relazioni umane riusciamo a passare dall’impersonare una funzione, cioè tenere un comportamento teso a realizzare uno scopo, alla possibilità di manifestare l’intenzione, cioè tendere verso, possiamo provare ad uscire dalla fatica dei ruoli pietrificati, per presentarci all’altro senza vergogna e costruire insieme relazioni soddisfacenti e gratificanti, capaci di generare cambiamento in tutti gli attori del contesto.

 

“L’utopia è come l’orizzonte: è irraggiungibile,

ma serve per continuare a camminare

  1. Galeano

 

(1) Benasayag M., Schmit G., L’epoca delle passioni tristi, Feltrinelli, Milano 2004.

 

 

BIBLIOGRAFIA DI RIFERIMENTO

 

Benasayag M., Schmit G., L’epoca delle passioni tristi, Feltrinelli, Milano 2004.

Bramucci A., De Leonibus R., Tamanti D., “Gestalt-ecology: la relazione come ambiente”,  in “Babele”  n. 37 mag-ago 2007, San Marino.

Bramucci A ,  Crispolti G., De Leonibus R., Montanini B., Nicoletti F., Tamanti D.,  “I campi del sé della Gestalt-Ecology” in “Studi Urbinati”,  Urbino in corso di pubblicazione.

Bronfenbrenner U., Ecologia dello sviluppo umano, Il Mulino, Bologna 1986.

Buber M., Il principio dialogico e altri saggi, San Paolo, Cinisello Balsamo 1993.

Canevaro A., Le logiche del confine e del sentiero, Erickson, Trento 2006.

Hycner R., Jacobs L., The healing relationship in Gestalt-therapy, Gestalt Journal Press, New York 1995.

Morin E., Etica, Feltrinelli, Milano 2005.

Morin E., Il pensiero ecologico, Hopefulmonster, Firenze 1988.

Polster E., A population of selves, Jossey Bass Inc, San Francisco 1995.

Stella A., La relazione educativa, Guerini, Milano 2002.

 

 

Gli autori:

Andrea Bramucci – psicologo-psicoterapeuta  – e-mail: andreabramucci@libero.it

Rosella De Leonibus – psicologa-psicoterapeuta – e-mail: r.deleon@tin.it

Deborah Tamanti –  psicologa-psicoterapeuta – e-mail: deborah.tamanti@libero.it

“Centro Italiano di Formazione psicologia-ecologia-relazione”  – Urbino – www.ciformaper.it

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